Rassegna stampa
sabato 30 gennaio 2010
L'AUTORE
Contro fascismo, nazismo e comunismo
L'uomo che disse tre volte no
Il grande vecchio ha quasi un secolo: Boris Pahor, 97 anni, è un testimone d’eccezione. Nato nel 1913, ha oltrepassato il XX secolo attraversando per intero le sue grandi tragedie storiche. «Avrei preferito volentieri farne a meno», ha risposto a uno studente che ieri mattina lo interrogava nella sala del Centro Giovanni XXIII a Belluno. Ha avuto la lingua tagliata da piccolo, è stato deportato in un lager nazista, è stato uno dei pochi a uscirne, è stato messo al bando da Tito. Ha detto «Tre volte no», come recita il titolo del suo ultimo libro (Rizzoli), scritto insieme a Mila Orlic´: no al fascismo, no al nazismo, no al comunismo. Ieri mattina era a Belluno, invitato da Isbrec, Verba Volant e Rete Scuole non tanto per raccontare i suoi libri (che gli hanno valso la candidatura al premio Nobel) ma per raccontare la sua vita. Come tutti i grandi vecchi coraggiosi può permettersi di dire senza veli e ipocrisie ciò che pensa fino in fondo. Cosa che, del resto, ha sempre fatto. Per questo ha pagato un prezzo alto. Sloveno, nato nel 1913 nella Trieste un tempo multiculturale e plurilingue, Boris Pahor ha assistito all’incendio della Casa della Cultura slovena, ai roghi dei libri, agli sputi in bocca agli scolari che parlavano sloveno, alle bastonate e alle fucilazioni di chi si opponeva, poi ha vissuto la deportazione nei campi di concentramento nazisti, il ritorno amaro, l’ostracismo della Slovenia comunista. Antifascista vicino ai cristiano-sociali, non è mai stato comunista, ma neanche un anticomunista per partito preso. Eppure subì l’ostracismo, non potè pubblicare né in Italia né nella Jugoslavia di Tito. In Italia è noto soprattutto per «Necropoli» (1967, ma tradotto nel 1997), «Il rogo nel porto» (1959, tradotto nel 2001), «Qui è proibito parlare» (1964, tradotto nel 2009), «Il petalo giallo» (1999, tradotto nel 2004). I racconti, che sono forse la migliore produzione, devono ancora essere tradotti in italiano. Gli studenti delle quinte classi delle superiori hanno lavorato sui suoi libri (soprattutto «Necropoli») e ieri lo hanno intervistato. E forse non a caso a porre le domande sono state cinque ragazze. Perché, come ha detto Pahor che, dopo il lager ha scoperto a Parigi che con l’amore la vita era ancora possibile, «la donna sarà sempre migliore dell’uomo: è lei che può insegnare il valore del corpo, della libertà, della giustizia».

Una mattinata a colloquio con un testimone delle persecuzioni fasciste e naziste
I RAGAZZI INTERVISTANO PAHOR
  
Pahor a ruota libera. Ecco le domande poste dagli studenti e le risposte dello scrittore.
 Deva De Pra: «Perché il libro è sato pubblicato dopo 40 anni dalla sua prima edizione in sloveno?
 «Devo raccontare cosa è stato prima. Tutto inizia a Trieste nel 1920, due anni prima che il fascismo andasse al potere. E’ il primo fascismo, brigantesco, che brucia la Casa della Cultura slovena, i libri e i giornali, le biblioteche e le scuole slovene. Poi il fascismo proibì agli sloveni di essere sloveni: italianizza i nomi delle persone e dei luoghi, annulla tutte le associazioni slovene, anche la squadra di calcio. Chi si oppone viene fucilato. O messo in prigione. Hitler disse che Mussolini era il suo maestro. Per questo ho detto che la fiamma dei forni crematori è stata accesa la prima volta a Trieste: sono le fiamme della Casa della cultura slovena, di lì si è propagato l’incendio europeo. Trieste fino al 1866 era una città multiculturale e plurilinguistica, gli sloveni non erano “minoranza”. Sotto l’Austria non c’erano divieti. C’erano 600 mila sloveni e croati, insieme a italiani, ungheresi, austriaci, greci. Il fascismo tagliò la nostra lingua. La guerra di liberazione nazionale, per noi, fu un tutt’uno con la guerra di liberazione nazionale slovena. Nel 1945 arrivò Tito, poi gli inglesi fino al 1954, ma il problema sloveno rimase. Per questo un editore italiano non se la sentiva di pubblicare un autore sloveno. Quando proposi “Necropoli” a editori italiani, compreso Feltrinelli, nessuno lo accettò: furono decisive le pagine nelle quali racconto il fascismo italiano. C’era la tendenza a rimuovere quello che aveva fatto il fascismo, forse perché si pensava che così si sarebbe fatto il gioco dei comunisti. Francia e Germania hanno fatto un esame serio di queste vicende, l’Italia no: ma ai giovani bisogna dire tutta la verità».
 Manuela Furlin: la tragedia del campo di concentramebnto è comunicabile?
 «Primo Levi dice di no. Io dico di sì. Ma è difficile che chi legge possa rivivere quello che hanno vissuto gli uomini e le donne ridotti a un numero, lo stato di degradazione, la fame, l’annientamento fisico e spirituale. Ma la verità è trasmissibile. Vedete, io non maledico i tedeschi, maledico i nazisti. Tutti i popoli, anche il nostro, possono diventare così: basta che arrivi un capo. E’ successo anche ai russi. Hanno incominciato bene, per un ideale di giustizia sociale, poi sono arrivati Stalin e la polizia segreta. La Germania ha fatto i conti con la sua storia, l’Italia no: non ci sono stati solo i lager nazisti, ci sono stati anche 6-7 lager italiani. E a fianco degli ebrei, nei lager sono morti anche tre milioni e mezzo di triangoli rossi, cioè di politici».
 Fabiana Perin: lei scrive che forse neanche l’Araba Fenice si liberava dalla cenere da cui aveva preso il volo. C’era speranza? Lei aveva davvero un po’ di speranza?
 «Dimenticare è impossibile. E’ difficile che l’uomo “prima del lager” e quello di “dopo il lager” possano incontrarsi. Nel mondo animale non esiste un animale che ne attacca un altro, se non per fame. L’uomo lo fa. Nel campo lo vedi nel modo più tangibile e concreto. Quello che esce non è lo stesso uomo di prima. Però quando esci, con la ragione sei scettico, ma con il corpo e con l’animo continui a sperare. Nei primi tempi, uscito dal lager, ero senza volontà. Bisognava però riprendere a vivere, e la prima cosa era mangiare. Io ce l’ho fatta, forse per il carattere della gente del Carso, gente che lavorava duro, forse per un corpo ereditato dai miei avi. Ho scoperto che con l’amore la vita era ancora possibile. L’amore è una speranza forte. Del resto, l’ha detto il cristianesimo 2000 anni fa. Ma quanti cristiani si comportano da cristiani? E’ la donna che deve insegnare il valore del corpo, della libertà, della giustizia. E’ il vostro compito, ragazze, anche nella politica, nella società: la donna sarà sempre migliore dell’uomo».
 Irene De Pellegrini: lei parla di una sua gelosia per i luoghi dove ha vissuto l’esperienza della deportazione. In che modo si può essere gelosi di un luogo di dolore?
 «Diceva Imre Kertész, lo scrittore ungherese: molte volte sento nostalgia del campo. Sembra un assurdo, ma era una parte della nostra storia disgraziata. Io non ho parlato di gelosia, ma di un bisogno di ritornare in quei luoghi. Ritornarci non come una specie di commemorazione una volta all’anno: dobbiamo ricordare cosa fu il XX secolo. Perché anche questa è Europa, è Europa cristiana. Italia, Spagna, Germania, sono cristiane. La Russia è ortodossa. La Croazia è anche Ante Pavelic. Tutti battezzati, tutti resi schiavi dai loro governi dittatoriali. Può succedere ancora. Dopo i lager abbiamo vissuto Hiroshima, il Vietnam, Pol Pot, Serajevo».
 Fabiana Perin: Solo un film, si dice in «Necropoli», potrebbe trasmettere ciò che avveniva nel lager.
 «Cercare i pidocchi frugando nei peli con una lampada. O avere la dissenteria e andare al gabinetto con un dito nel retto, altrimenti sono bastonate. Io posso raccontarlo, ma un film è molto più diretto. Alain Resnais, il regista francese, ha fatto un film sui luoghi, senza alcuna persona, con una voce narrante nel fondo. E’ una scelta. Non mi piace invece Benigni: i bambini bisogna portarli davanti a un forno crematorio, e spiegare. Quanto ai libri, bisogna trasformarli in coscienza. Remarque scrisse dopo la prima guerra mondiale “All’ovest niente di nuovo”: nonostante quel libro c’è poi stata la seconda guerra mondiale».
 Romina Darman: mentre ripercorre i luoghi della deportazione, lei ha l’impressione che gli altri visitatori del campo percepiscano che è un ex deportato. Un deportato è un deportato a vita? E quanto continua a pesare in chi è tornato il senso di colpa per chi è ritornato?
 «Sei legato a quel campo, gli altri sono come dei turisti. Questo sentimento dipende anche dal vissuto personale. Per me, per esempio, anche dal senso di discriminazione che provavo da bambino perché ero sloveno. Vedete, il sindaco di Trieste voleva darmi un riconoscimento, ma nella motivazione era citato solo il nazismo, non anche il fascismo. Ho ringraziato, ma non l’ho voluto: se parli di nazismo, mettici anche il fascismo a Trieste. Mi sono sentito come uno che “tira in ballo” cose del passato. I generali italiani fascisti non hanno pagato. A Lubiana nel ’42 c’erano 350 mila sloveni, 30 mila finirono nei campi di concentramento. Nessuno fu estradato. Dobbiamo certo parlare delle foibe, ma non ci finirono solo italiani, ci finirono anche collaborazionisti sloveni e oppositori politici, non fu una “pulizia etnica”. E non si dice mai cosa avevano fatto, prima, i sanguinari fascisti. Solo nel campo di Rab morirono 7-8000 sloveni: nessuno di quei criminali di guerra italiani fu condannato.
 Quanto al senso di colpa, i superstiti si chiedevano: perché ho avuto la fortuna di uscirne e gli altri sono morti? In fondo, sei stato messo a lavorare per le SS, ti sei salvato grazie al tuo mestiere, eppure c’era chi sabotava la produzione, sapendo di rischiare la vita. Io ho avuto fortuna, quella di lavorare come infermiere e come interprete. Non ho patito quanto gli altri, ma pensavo anch’io con lo stomaco. Perché l’uomo è nato per vivere: cerchi di scansare la morte, poi la senti come una colpa. Ma cosa potevamo fare?». (t.s.)
  
26/01/2010
DA BELLUNO A BOLZANO COSI' FU PIANIFICATA LA DEPORTAZIONE
  
Belluno-Bolzano: quelle deportazioni erano pianificate In occasione del Giorno della memoria esce il secondo volume di «Il libro dei deportati». Dopo il primo volume edito lo scorso anno, che conteneva le note biografiche di tutti i deportati politici, Mursia aggiunge questo secondo lavoro che contiene studi e approfondimenti sulla deportazione nelle varie parti d’Italia. Il piano dell’opera prevede ad aprile l’uscita del terzo volume che conterrà le analisi elaborate dal gruppo centrale di ricerca e le storie dei diversi Konzentrationslager nazisti. Il libro verrà presentato giovedì e venerdì a Torino, in un convegno nazionale che farà il punto sulla ricerca, coordinata da Brunello Mantelli dell’Università di Torino. Al convegno parteciperanno gli autori, tra i quali Adriana Lotto. L’iniziativa verrà conclusa da una tavola rotonda con gli storici Enzo Collotti, Brunello Mantelli, Nicola Tranfaglia. Adriana Lotto si è occupata di «Resistenza, rastrellamenti, deportazione nel Bellunese». Poiché il campo di concentramento di riferimento per i bellunesi era quello di Bolzano, risulta utile anche un altro saggio, scritto da Cinzia Villanio: «Il Durchgangslager di Bolzano 1944-1945». La Lotto ripercorre le tappe principali degli arresti dei bellunesi e della loro deportazione, distinguendo tre periodi: luglio-agosto 1944, gennaio-febbraio 1945, settembre-dicembre 1944. La deportazione fu sistematica solo nell’autunno 1944, non a caso subito dopo la grande offensiva partigiana dell’estate. Dal marzo 1945 invece i nazisti interruppero la deportazione e passarono direttamente alle impiccagioni (che del resto non erano mancate in precedenza). Fu in questo periodo infatti che avvennero gli episodi più drammatici con l’impiccagione dei resistenti o presunti tali. La sorte degli arrestati non fu uguale per tutti. Il numero preciso dei deportati bellunesi non è ricostruibile ma, mettendo a confronto diverse fonti documentali e orali, si ritiene che nei KL finirono oltre 250 persone (tra i quali 63 ebrei stranieri presenti in provincia dopo l’8 settembre 1943), mentre gli ostaggi e i rastrellati internati a Bolzano e nei campi di lavoro satelliti (Merano, Bressanone, Colle Isarco, Sarentino, Vipiteno, Certosa) furono circa 600. Tenendo conto che nel campo di via Resia passarono 7982 deportati, i bellunesi furono dunque circa il 10 per cento. Dei 200”politici” deportati nei campi di Mauthausen, Dachau e Flossemburg sopravvisse solo il 15 per cento. E’ stata notata una coincidenza puntuale tra i convogli in partenza da Bolzano per i lager in Germania e l’arrivo a Bolzano di convogli da Belluno. In sostanza ogni volta che partiva un convoglio da Bolzano ne arrivava uno da Belluno. Esisteva dunque un nesso tra lo spazio fisico disponibile nel campo, le richieste di mandopera schiava in Germania e la disponibilità di manodopera. Ne consegue che doveva necessariamente esistere una pianificazione delle deportazioni, una macchina organizzativa ben oliata che faceva funzionare il lager di via Resia come centro di smistamento. In quest’ottica si spiega anche una certa casualità delle deportazioni, a volte osservata: non sempre e non necessariamente la deportazione nei KL corrispondeva al motivo dell’arresto o alla gravità delle accuse. In questo senso, inoltre, i rastrellamenti rispondevano a diverse logiche: da un lato miravano a disarticolare e annientare le formazioni partigiane, dall’altro a terrorizzare la popolazione (12 i paesi interamente bruciati) e ad addossare ai partigiani la responsabilità delle rappresaglie, ma anche a garantire «pronta consegna» un approvvigionamento di manodopera coatta per il Reich.
Toni Sirena
  
Lettera al giornale di martedì 13 ottobre 2009
 
A SOVERZENE
Un conticino matematico
per spiegare il Vajont
 
ALCUNI anni fa scelsi di non vedere il film Vajont di Martinelli. Volevo trattenere una mia ricostruzione immaginata, odorata sui libri e sulle foto a bianco nero. Quando martedì decidevo di visitare la centrale di Soverzene, secondo quanto promosso da quella genuina e splendida rassegna che è Oltre le Vette, mi attendevo una sensibilità simile alla mia, viste anche le responsabilità storiche che restano nel nostro silenzio e nella nostra conoscenza. L’incaricato all’accoglienza dei visitatori (non certo di accento locale) dopo brevi e veloci cenni sulle condotte e sui serbatoi del Piave, sfiora il discorso Vajont. E lo riprende approfonditamente a fine discorso spiegando che un fascicolo di studi scientifici ritrovato proprio recentemente spiega molte cose e dimostra che erano state fatte simulazioni d’onda tradite dalla velocità (mai verificatasi prima) della frana: il monte, anziché scendere in un minuto, rovina in venti secondi. E poiché la potenza è in relazione al quadrato del tempo, un tempo tre volte ridotto comporta una potenza nove volte amplificata, con un’onda non di venti ma duecento metri. Capito tutto? Chiaro? E qui finisce la presentazione con i visitatori che, accompagnati da un tecnico, vengono condotti fra le turbine.
 Ora, posso pensare che tutto sia stato detto in buona fede, ma un maestro insegnava a chiedermi sempre ”a chi giova?”. E allora mi domando perché insinuare questo piccolo conticino matematico, di fronte al quale tutti i visitatori annuiscono, esibendo solo la loro prontezza con tabellina del tre e la loro curiosità di visitare quella cosa che romba laggiù, in fondo al lungo corridoio.
 Eppure questo breve schemetto matematico poco parla del Vajont e delle sue meccaniche di responsabilità e molto tace.
 Voglio credere nella bontà dell’Enel che gentilmente offre la visita guidata ma mancavano solo tre giorni all’anniversario e anche questa volta mi sa che nessuno mi ha regalato niente.
 Voglio credere che i bellunesi come me conoscano questa storia, e se vogliono solo vedere tre turbine non per questo occorre loro un maestro dell’Enel a chiarire la vicenda della grande onda.
 Mi piace infine pensare che dal prossimo anno nelle visite alla centrale di Soverzene non si insegnerà più il Vajont: Oltre le Vette è una rassegna affermata e stimata e non merita regali interessati. Sopra le teste del cimitero di Fortogna passano i fili dell’alta tensione, la nostra storia di paradossi è già sazia.
 
Francesco Vascellari

VAJONT, Le ragioni della terra sommersa
di Renzo Franzin

Il 1960 è un buon anno per cominciare questa storia: a Milano, si processa L’Unità, o meglio una sua giornalista, Tina Merlin, bellunese, rea di aver scritto sul giornale contro la SADE, azienda del monopolio elettrico in mano ai padroni di Porto Marghera, per la diga che si sta costruendo sù, al Vajont. Lei e gli abitanti di Erto, il paese che s’affaccia sul bacino artificiale, accusano la SADE di fare la diga in un posto sbagliato, pericoloso. Tina e gli ertani verranno assolti perché “.. nell’articolo incriminato non si trovano notizie né false, né esagerate, né tendenziose”, ma chi doveva fermare i lavori alla diga non lo fa. La storia sembra chiudersi, tre anni dopo, con un saldo di 2000 morti, senza unanime condanna morale e penale per i responsabili e con un equivoco mai chiarito per cui a molti  la natura, in quel caso, è parsa matrigna di suo.

In quei giorni, il Piave, non ancora macchiato dall’alluvione del 1966, è una leggenda dalle “amate sponde”,  l’industria degli occhiali la maggiore entrata del Cadore e il 1960 l’anno in cui in un lindo sussidiario per le elementari si legge che una delle più importanti occupazioni dei bellunesi, fra selvicoltura e il nascente turismo, è l’emigrazione: un lavoro ambito se oggi 1.800.000  se ne stanno ai quattro angoli del globo e solo 200.000 a casa loro.  In una regione svuotata di braccia e di cuori è facile continuare ad arraffare tutto, anche dopo quel 9 ottobre 1963 in cui sul Vajont pareva crollato insieme al Toc il mito della tecnica come antidoto di ogni miseria.

Continua lo sfruttamento insensato della montagna che quei migliaia di morti non sono riusciti a fermare e continuano anche gli articoli di Tina Merlin:  “E’ diventato normale transitare per luoghi allagati, buttare l’occhio distratto su distese di campi sommersi e non pensare alla tragedia delle famiglie colpite, lasciate alla loro mercè, al duro lavoro che deve incominciare daccapo per bonificare una terra destinata la prossima stagione ad essere nuovamente sommersa”. E’ il 30 ottobre 1966, qualche giorno dopo, ancora una volta, l’ennesima, le sue parole inascoltate, hanno una tragica conferma. L’alba del 5 novembre illumina il mondo alpino ormai disfatto da settimane di pioggia insistente, scavato dal rotolare di centinaia di frane e spazzato dall’onda di piena dei torrenti impazziti. Decine le vittime e i dispersi, numerosissime le case distrutte, molti chilometri di strade cancellate, migliaia i senzatetto.

L’apocalisse non è giunta improvvisa, l’avevano pronosticata, oltre all’infaticabile Merlin,  i testimoni delle alluvioni in Comelico, nel 1965, a S. Pietro di Cadore, nel marzo 1966, e il giorno prima del fatidico 4 novembre, il tam tam dei sindaci di tutti i comuni agordini. In poche ore, l’armata dei fiumi s’è improvvisamente ingrossata: al Cordevole s’aggiunge il Rudados, il Bios, il Fiorentina e tutto finisce nel vortice del Piave già colmo da giorni. Migliaia di metri cubi di fango e detriti invadono la statale Alemagna, scardinando ponti e frantumando case. Saltano gli acquedotti, manca l’energia elettrica. Nell’isolamento i bellunesi vedono sbriciolarsi il lavoro di generazioni e morire i vicini. L’enormità della tragedia confonde i primi soccorritori giunti sui luoghi del disastro con grande difficoltà: vicino a Cencenighe si contano i morti, ma il Cordevole ha arato il camposanto disseppellendo le salme e confondendole con quelle delle nuove vittime. Un altro cimitero viene rivoltato dal Piave, è quello di Sant’Andrea Barbarana, il fiume ha rotto in pianura e svuota il suo carico di morti e macerie sul contermine lagunare, incontra il mare dieci chilometri prima della foce perché lo scirocco ha alzato le onde dell’Adriatico sopra  le difese della Serenissima. Tutto il fragile sistema della natura, manomesso da mezzo secolo di insensati interventi dell’uomo, collassa e viene travolto. In quei giorni, nel fango, taccuino alla mano per continuare ad informare, insieme ad altre quindici donne, Tina Merlin guida in Comelico, un’autocolonna dell’UDI di Ferrara che porta i primi soccorsi nei paesi isolati.

 

Ma chi è la Tina Merlin di allora, con i suoi quarant’anni così coraggiosi da sopportare tanta solitudine come solo la democrazia può riservare a chi non ne accetta il tradimento? Cosa sta dietro quella faccia aperta da contadina, gli occhi scuri, un’infanzia dura nella Valle del Piave, a Trichiana, in un fazzoletto di terra e una casa sulla Marteniga, torrentello magro di piene improvvise, come tutto da quelle parti? Cosa vuole questa corrispondente locale dell’Unità, perennemente inquieta, orgogliosa perché povera e povera perché fedele alle promesse della Resistenza, da staffetta nella brigata “7° Alpini”? Cosa aiuta questa donna autodidatta, mai promossa in quarta elementare, nella lotta contro il colosso SADE e poi a sfidare altri poteri, tutti i poteri, mai arresa al compromesso, al silenzio, alla rinuncia che ognuno avrebbe capito e su cui molti avrebbero sorriso? Chi è veramente Tina Merlin, acuta e valente giornalista, cancellata dagli annali della cultura veneta perché comunista con l’aggravante d’essere donna e dimenticata nel glamour sinistroso che principiava negli anni immediatamente successivi ad affermarsi, perché troppo aspra, polemica, insomma troppo distante dalle necessità del compromesso?

La migliore definizione è quella di un suo simile. Ha scritto di lei Mario Rigoni Stern: “Tina Merlin non era scrittrice da rotocalchi, né aveva padrini che contavano, né titoli accademici”, punto e a capo. E gli amici? Molti e sinceri nella Resistenza, qualcuno nella lotta quotidiana che l’aiutava a far passare trenta righe al suo giornale per una zona in cui i lettori dell’Unità erano sparuti e soprattutto lontani dall’epopea operaia e industrialista, una valanga post-mortem quando in tanti scoprirono le sue qualità con vent’anni di ritardo e ancora troppi silenzi.

 

Nonostante i fatti avessero tragicamente confermato tutte le sue previsioni e le sue denunce, Tina Merlin ha peregrinato per un ventennio, di editore in editore, per poter pubblicare, solo nel 1983, il suo libro più importante, Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso del Vajont, Cierre Edizioni Verona 1997,  la più asciutta e convincente testimonianza scritta in questo Paese, sul formarsi del grumo velenoso dei poteri che hanno bloccato ogni ambizione di verità per trent’anni e che ancora oggi la rendono incerta.. 

Solo il teatro di Marco Paolini, qualche anno fa e trent’anni anni dopo, è riuscito a restituirle, in parte, quello che era suo, tenacemente documentato prima e dopo il Vajont, con l’adesione che soli hanno i poveri quando s’impossessano della virtù del raccontare e possono farne grimandello per l’indifferenza. 

E di suo c’è ancora molto altro, prima e dopo questa storia del Vajont,  nelle decine di puntuali corrispondenze all’Unità, che raccontano, fra gli anni sessanta e settanta, di una montagna che fatica a sollevarsi, del benessere che non c’è ancora, dell’ostinazione generosa di chi vuole un Paese migliore, dell’abitudine dei più deboli alla disperazione, dell'insulsa incuria con cui si tratta la natura, del ritratto di una classe dirigente abile solo ad ingannare i cittadini.

Conoscendo la  parabola umana e professionale di Tina Merlin, è naturale pensare che nessun altro avrebbe potuto denunciare e scrivere quanto succedeva in una delle zone più marginali d’Italia, se non lei proprio per chi era e per come era ed anche per il duplice legame che seppe tessere e mantenere vivo, sempre, con gli ultimi e con il PCI, il suo partito, che dagli ultimi era nato.

In ambedue due i casi non fu un rapporto facile, sia per il temperamento di Tina Merlin, poco disponibile alle mediazioni anche con chi riteneva deprivato di diritti fondamentali, sia per il prevalere di una cultura fordista che, negli anni sessanta, stava mutando il PCI, accentuandone il carattere modernista in opposizione a tutto ciò che, estraneo alla fabbrica, era ancestralmente legato ai ritmi e alle regole della natura.

Ma Tina Merlin da questa realtà proveniva, dai luoghi in cui la porziuncola del campo sulla Marteniga era servita a far vivere una famiglia numerosa, insidiata dai bisogni e dalle guerre, mai comunque immaginata fuori da quel riquadro in cui i segni della povertà, limiti di ogni bene appena superfluo, erano anche confine alla miseria nera e disperata di altri che nella stessa valle pietivano giornalmente un piatto di minestra.

Terra, acqua e alberi che avevano protetto e  nutrito, fuor di metafora, la sua vita  che, dopo la lotta di liberazione, aveva impennato verso orizzonti diversi da quella valle, impegnando le passioni e le forze in un campo, quello del giornalismo, che le aprirà orizzonti nuovi e darà ideale ed epica continuità ai desideri di libertà e giustizia affermati, poco prima, con le armi. Su tutto questo una madre, la sua, che è, insieme, perno della famiglia, icona del dolore per la perdita feroce di tutti i figli maschi, specchio del durissimo lavoro per sostenere e proteggere il tabernacolo familiare nelle vicende burrascose fra le guerre e nella guerra più atroce, quella civile, e con cui bisogna recuperare il filo della propria vita, riannodare il dialogo appena percettibile dell’infanzia, ricostruire le ragioni di sé e degli altri.

 

Il diario di questo riavvicinamento alla madre e il riconoscimento della sua propria dipendenza vitale dalla terra, è raccolto in un altro bellissimo libro di Tina Merlin, La casa sulla Marteniga, Il Poligrafo, Padova,  uscito postumo nel 1993.  Diario in cui il racconto stabilisce e ordina senso e verità di una crescita umana e intellettuale, quella di Tina appunto, strabiliante anticipazione dell’archetipo che, trent’anni dopo, il cerchio dell’autocoscienza femminile, riconoscerà come il luogo dell’incontro con la madre. Per Tina,  segno indelebile della necessità di essere confermata nella natura coraggiosa di quella “sua” madre scura di preoccupazioni e lutti e, tuttavia, lontana per il senso d’indipendenza scelto che solo la liberazione, qui piena e  realizzata, le ha consentito lasciando la casa sulla Marteniga per le altre case che in Italia (Vajont, Valdagno, Porto Marghera) e persino in Europa  (l’Ungheria socialista) ospitavano conflitti nuovi e impensati e le offrivano orizzonti di riscatto come quelli che erano stati oltrepassati nella esperienza giovanile.

Leggere di Tina Merlin in questa intimità familiare fra la madre appunto, il fratello Toni  che le “… insegnò fin da piccola il coraggio alla trasgressione e ad oltrepassare le regole sociali”, partigiano ucciso poche ore dopo il 25 aprile, o Remo disperso in Russia o ancora il fantasma degli altri fratelli, morti di miseria, come Nuto perché “..non ingoiava il brodo d’ortiche”, unico pasto possibile, non è solo dire della fatica di sopravvivere, fra le due guerre,  nella valle del Piave,  per i piccoli contadini proprietari di un pezzo di terra e sassi, è anche riconoscere un universo minimo, simbiotico alla natura, da cui si ricavano equilibri e conferme ancestrali e da cui promanano culture a cui riconoscere finalmente senso e valore anche per il futuro.

Lo sguardo della Merlin  comprende il mondo delle piante e degli animali della Marteniga con la stessa emozionante innocenza rintracciabile nel legame profondo che unisce molte delle voci singolari che hanno animato il Veneto degli ultimi cinquant’anni, da Pascutto a Zanzotto,  alla terra, un’adesione all’altare naturale che non è meramente estetica ma biologica, perciò vitale e quindi ideologicamente alternativa al modello di sfruttamento immanente, conflittuale con ogni dinamica di omologazione perché riassume in sé il ritmo consaguineo all’esistenza che la provoca. Un’esistenza, quella di Tina, solo apparentemente racchiusa fra la sofferenza e il riscatto, piuttosto una coscienza antica, questa sì! fatta dal sedimentarsi di tanti piccoli gesti quotidiani, che si nutre della materialità di ogni pensiero e presume un al di là in cui nobilitare il senso della propria origine. Il sentimento pagano di appartenere ad un mondo le cui regole sono scritte dai soli e dalle lune, in cui sono riconoscibili gli umori e rintracciabili i sensi di persone, cose e animali, bagaglio indispensabile per ogni progetto prometeico come quello di rivoluzionare il mondo degli altri inglobandone le virtù.

Tina Merlin fu, nella sua instancabile lotta, una delle prove viventi dell’esistenza di questa cultura, del suo coincidere immediato con le ragioni della valle, della terra, dell’acqua, degli uomini che  le abitavano. Il suo incontro con la diga sul Vajont non fu un caso o uno scoop, fu un appuntamento esemplare preparato da anni di tenace, indomabile testimonianza sui disastri che l’altra cultura, quella dello sviluppo ad ogni costo, aveva provocato in tutta la montagna, una strada lungo la quale, vent’anni dopo, lei ancora interrogava: “Oggi, chi si ricorda del Vajont? Chi conosce la sua vera storia dall’inizio alla fine? I giovani non possono sapere, perché sono nati dopo. Gli anziani hanno vissuto, in questi vent’anni, tante altre tragedie. I superstiti hanno ‘rimosso’ quel fatto dalle loro coscienze, come unica possibilità di sopravvivenza” e poi, disperata ma non stanca né piegata da altre alluvioni, altri morti, da altri sfruttamenti criminali, confermava a se stessa e agli altri una domanda che ha una sola risposta:  “Ma si può dimenticare il Vajont?”                     
articolo apparso su IL MANIFESTO del 7 ottobre 2000

                                              Tina Merlin: il rumore della coscienza
                                                             di Riccardo Strada
Il giro enorme di soldi e di potere che gravita intorno a un progetto di tale portata spingerà i più ad accogliere con favore i lavori, nessuno ascolterà i malumori degli abitanti di quelle montagne che, già poverissime, vengono depredate del loro bene primario, l’acqua, nessuno ascolterà i pareri scientifici che consideravano la zona “geologicamente pericolosissima”, né tanto meno qualcuno si curerà del buon senso contadino che diceva che non si può costruire una diga ai piedi di un monte, il Toc, che in dialetto significa “marcio”, in una valle, del Vajont, che significa “va giù”.
Di fronte alla SADE, che si muoveva sprezzante di ogni norma e di ogni diritto tra espropri di terre e illeciti di ogni tipo, di fronte all’impotenza di quella povera gente depredata e offesa dagli uomini del potere che li definiva “straccioni e morti di fame”, di fronte ancora all’ignoranza vigliacca di chi si lasciò comprare per poco, una donna tra pochissimi, Tina Merlin, alzò la voce in mezzo a un silenzio che diventava sempre più cupo.
Era la voce della coscienza che andava a svegliare altre coscienze, non solo scrivendo duri moniti sulla pericolosità sfacciata di quell’opera dalle pagine del suo giornale, ma bussando casa per casa, parlando con la gente, la sua gente.
Ma Tina Merlin aveva tre grandi limiti, tre handicap che parevano enormi nell’Italia di quegli anni: era una donna, era comunista e diceva la verità.
Difficile dunque ascoltare una coscienza come quella, scomoda, che colpisce nel segno e contrasta miliardari interessi economici e politici, era sicuramente più facile accusarla di voler frenare lo sviluppo e di ostacolare la crescita del paese, più facile deriderla, ingiuriarla, fare beceramente leva sulla sua presunta debolezza di donna, arrivare addirittura a un processo che la vedrà accusata di "diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l'ordine pubblico”, e da cui verrà pienamente assolta.
Ma Tina Merlin non si perse mai d’animo e continuò a scrivere, a lottare, a dare voce alla paura di molti che aumentava giorno per giorno di fronte a quella diga sempre più alta, a battersi contro chi, imbracciando l’arma tristemente nota del progresso e di nuovi posti di lavoro, difendeva unicamente i propri interessi; Tina Merlin continuò a squassare il silenzio dell’omertà con il rumore della coscienza.
Intanto gli interessi economici aumentavano innalzando spaventosamente i limiti imposti alla diga, la nazionalizzazione dell’impresa ridusse i tempi di consegna e accelerò continui invasi e svasi che erodevano paurosamente la base della montagna; adesso non era più sola Tina Merlin, insieme a lei urlava la natura, la montagna che molti giuravano di veder “camminare”, le piccole continue frane che ormai atterrivano la popolazione.

Sembra quasi di vederla oggi Tina Merlin, grande donna in mezzo a piccoli uomini, caparbia e dignitosa, testimone scomoda, come lo fu Pasolini, degli angoli più bui dell’anima di questo paese a cui saprà rivolgersi anche il giorno dopo la sciagura, con sagge parole: "Oggi tuttavia non si può soltanto piangere, è tempo di imparare qualcosa".
E se il processo che seguì vide sentenze vergognose e un'unica condanna a un anno di prigione, Tina Merlin non dimenticò mai quella storia e continuò il suo processo alle coscienze lottando al fianco dei sopravvissuti, battendosi affinché non si dimenticasse, affinché questo paese non soffocasse la memoria del proprio passato nell’arroganza del proprio futuro.
Nel 1983 pubblicherà con molta fatica un libro bellissimo: Sulla pelle viva, come si costruisce una catastrofe, una testimonianza dura e sofferta, un libro dalla cui lettura, stando alle parole di Giampaolo Pansa, si esce umiliati.
Il prossimo 22 dicembre ricorreranno quindici anni dalla morte di questa donna, importante esempio di professionalità e di coscienza civica, testimone e memoria di una storia che con lei dobbiamo ricordare, perché con lei ce la portiamo dentro, o meglio addosso, sulla pelle viva.
L'elefante, trimestrale direttore responsabile: Riccardo Strada - redattore capo: Carlo Batà