Omaggio a Tina Merlin
LE STAGIONI
SULLA MARTENIGA
prefazione
Maurizio Mannoni
con un pastello
e un’incisione di
Graziella Da Gioz
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Edizioni Colophon Via Torricelle 1 - Belluno
Tel:0437 941480 – Cell 3356751854
Tina Merlin
Non ho conosciuto di persona Tina Merlin e devo ammettere che sino ad oggi non ne conoscevo tutta la produzione letteraria. Conoscevo naturalmente il suo lavoro giornalistico, esemplare per tutti noi, al quale sempre guardavo con un misto di ammirazione e di incredulità……
Maurizio Mannoni
Dello sguardo e dell'ombra
Il libro d'arte Le stagioni sulla Marteniga è l'occasione di un incontro a distanza tra due donne:
Tina Merlin, contadina, partigiana, giornalista, scrittrice, e Graziella Da Gioz, pittrice.
Nonostante la ricorrenza del ventennale dalla morte di Tina Merlin, per Le stagioni sulla Marteniga
Graziella Da Gioz non ha lavorato sulla memoria: «Ho voluto lavorare sullo sguardo di Tina sul
paesaggio, un paesaggio molto simile a quello in cui sono cresciuta io, il corso d'acqua,
il bosco, il prato»…..
Nicoletta Comar
Tina Merlin
LE STAGIONI SULLA MARTENIGA
stampato in 150 esemplari segnati
da 1/150 a 150/150
3 copie d’obbligo
Il testo riproduce il primo e l’ultimo capitolo de
La casa sulla Marteniga
edito da Cierre Edizioni, Sommacampagna 2001
che gentilmente ne autorizza la presente ristampa
Gli esemplari dal numero 1/150 al 50/150
vengono arricchiti da un pastello originale di
Graziella Da Gioz
con una incisione a ceramolle e puntasecca
per gli esemplari
dal numero 1/150 a 100/150
realizzata presso la
Stamperia Busato di Vicenza
Testi composti in Dante c 14
da Rodolfo Campi
impressi su Amatruda di Amalfi da 200 g
da Tipoteca Italiana Fondazione
sotto la direzione di Silvio Antiga
Legatura di Sandro Francescon
Ogni esemplare reca il timbro a secco dell’editore
Finito di stampare per conto di
Edizioni Colophon di Belluno
nel giorno di San Martino dell’a.d. 2011
Esemplare n.

MORTE AL TIRANNO
Quattro storie per la libertà
Toni Sirena
Cosa accomuna un irriducibile mazziniano che nel 1858 tenta di uccidere a Parigi Napoleone III, un anarchico che nel 1932 si accinge a tirare due bombe contro Mussolini a Roma, un fervente repubblicano che a cavallo tra gli anni Venti e Trenta organizza complotti per ammazzare il Duce, un gruppo di azionisti che nel 1943 complottano per uccidere Hitler e Mussolini? Sono tutti tirannicidi, sono tutti bellunesi. E tutti falliscono l’obiettivo.
Le loro storie sono raccontate in un libro in questi giorni in libreria: “Morte al tiranno”, Cierre editore, 176 pagine, 12 euro. L’autore è il giornalista Toni Sirena, che con Cierre ha già pubblicato altri volumi (“Uomini e alberi”, “I delitti di Alleghe”, “La montagna assassina”). Attento alla storia, ma soprattutto alle vicende politiche e umane dei protagonisti di queste avventure fuori dell’ordinario, l’autore scava nelle biografie, scopre punti di osservazione inconsueti, illumina la scena con particolari inediti. Ne esce un fitto disegno di contesti nei quali agiscono i protagonisti, scevro da ogni retorica e da ogni oleografia. Anche quando può risultare scomodo ad un’epica di maniera. Il tutto, in ogni caso, documentato anche attraverso l’incrocio delle fonti.
In alcuni casi l’autore ha attinto a documenti d’archivio inediti che, pur lasciando aperte alcune questioni storiografiche, chiariscono aspetti importanti. Come nel caso del progettato attentato di villa Gaggia di Belluno (dove si svolse lo storico vertice tra Hitler e Mussolini, il 19 luglio 1943, erroneamente chiamato “incontro di Feltre”), preparato nei minimi particolari con largo anticipo e non, come si è finora ritenuto, deciso appena un paio di giorni prima. O come nel caso del lamonese Giobbe Giopp, da alcuni ritenuto un infiltrato dell’Ovra, la polizia segreta fascista, ma che nuovi documenti scagionano dall’accusa. Nel caso di Angelo Sbardellotto, l’anarchico di Mel condannato a morte dal Tribunale Speciale, Sirena ricostruisce anche alcune vicende collegate che riguardano gli ambienti antifascisti dell’epoca in provincia di Belluno e all’estero. Per quanto riguarda Carlo Rudio, conte bellunese che fuggì dalla Cajenna e finì in America arruolandosi nel Settimo Cavalleggeri del generale Custer e salvandosi fortunosamente nella battaglia del Little Bighorn contro Toro Seduto, vengono documentati anche alcuni retroscena sconcertanti del progetto di insurrezione in Cadore del 1853 che vide coinvolti Pietro Fortunato Calvi, Carlo Rudio, Sebastiano Barozzi e altri bellunesi.
(Cierre Edizioni)
A RUGGED NATION
Mountains and the Making of Modern Italy
Marco Armiero
Nonostante la montagna rappresenti il 35 per cento del territorio nazionale (e la collina il 42 per cento), non è mai stata centrale nella coscienza nazionale, nella rappresentazione dell’Italia all’estero, nella stessa auto-rappresentazione degli italiani. I complessi motivi di questa marginalità della montagna italiana sono raccontati in un libro di grande interesse, disponibile per ora in inglese in attesa di una traduzione italiana: “A Rugged Nation. Mountains and the Making of Modern Italy” di Marco Armiero (The White Horse Press, Cambridge; int. www.whpress.co.uk). Armiero è uno storico dell’ambiente, ricercatore del Cnr, ha lavorato negli Stati Uniti, in Inghilterra e in Spagna. Il libro investiga, dal punto di vista eco-storico e utilizzando il caso della montagna, come la natura è stata inglobata nella narrazione nazionale dell’Italia. Dal mito della montagna sublime e selvaggia a quello dei bastioni naturali a difesa dei sacri confini, dal dichiarato intento di ridurre a ordine l’inquietante caos di una natura pericolosa e ribelle a quello di domarla con dighe e bacini nel nome della modernizzazione e del superiore interesse nazionale incarnato dall’imperialismo idroelettrico, la montagna è stata sempre bersagliata e modellata da “parole e bombe”. Trincee, forti, gallerie, ma anche dighe, strade, ferrovie, funivie hanno cambiato il volto delle montagne. “Il risultato”, scrive Armiero, “è un paesaggio ibrido” che nei passaggi della modernizzazione ha radicalmente ridisegnato anche il precedente paesaggio antropico segnato dal lavoro di generazioni. Per “domare la natura” occorreva anche “domare i montanari”, annullare le proprietà collettive tradizionali e imporre alla montagna ruoli che prescindevano dagli interessi delle comunità locali nel nome dell’interesse nazionale.
Armiero esamina i passaggi cruciali di questa trasformazione a partire dall’unità d’Italia: il brigantaggio nel Sud, la retorica alpina, il ruolo del Cai e del Tci, la politicizzazione del paesaggio di guerra, il ruralismo del fascismo, l’esaltazione del montanaro come genuino depositario delle virtù patrie di onestà, semplicità, resistenza, obbedienza.
Due i casi-tipo in cui la montagna riacquista per qualche momento la sua “centralità” nella coscienza nazionale, per motivi diversi. Il primo è la Resistenza, quando nell’immaginario collettivo nazionale la montagna riconquista il carattere di rifugio ospitale ed insieme di fondamento del rinnovamento nazionale. Il secondo caso è il disastro del Vajont, che Armiero tratta a lungo come caso emblematico dell’occupazione della montagna da parte di interessi esterni senza alcuna preoccupazione per la sorte delle comunità locali, sordi anche alle denunce di chi, come la giornalista Tina Merlin, lanciava l’allarme su quanto stava accadendo. Entrambi i casi, tuttavia, resteranno delle parentesi che ci si sforzerà di dimenticare o di stravolgere.
(The White Horse Press)