A VENT’ANNI DALLA MORTE
QUELLA DEL VAJONT
Tina Merlin, una donna contro
Adriana Lotto
prefazione Toni De Marchi
Il ricordo di Toni De Marchi, giornalista (tratto dal libro)
“Toni, chiama Tina Merlin all’Unità. Cerca collaboratori per la pagina del Veneto”. Franco Donati, il segretario della sezione di Cannaregio del Pci di Venezia, mi telefonò una mattina all’inizio del 1975. Non so se fu più lo stupore o la gioia, e mi ci volle un bel po’ per riprendermi. Facevo il ferroviere senza nascondere a nessuno che mi immaginavo un futuro da giornalista. Ma che l’entrata potesse addirittura essere attraverso quel giornale così importante, così amato da tanta gente certo non l’avevo mai neppure sognato. Non sapevo chi fosse Tina Merlin, se non per aver visto qualche volta la sua firma sulle pagine de l’Unità. Mi stupii però che cercasse collaboratori chiedendo ai segretari di sezione. Mi immaginavo il solito gioco del “chi conosce chi”: esisteva anche trent’anni fa.
Dal primo incontro con Tina, qualche giorno dopo, uscii senza un’opinione precisa su di lei. Ricordo di essermi sentito intimidito ma anche rassicurato. Fu un colloquio abbastanza breve ma ebbi la sensazione che dietro quelle poche parole che scambiammo ci fosse una persona vera.
Sensazione che si confermò nelle settimane successive, quando mi assegnò i primi incarichi. Piccole cose, come sempre succede. Il primo vero articolo, con firma e un bel titolo su tre colonne di taglio basso, era una storia di bollette dell’Enel gonfiate. Credo l’abbia stracciato almeno un paio di volte, forse tre, facendomelo riscrivere ogni volta. E fu l’inizio di un lunga serie di fogli finiti nel cestino. Erano cartelle a righe gialle, con la carta copiativa. Gli urli più forti erano per quando non si rispettavano i rigaggi. Anni dopo, quando mi trovai a fare il suo lavoro in altri giornali, capii quanto avesse ragione e quanto mi fossero servite quelle lavate di capo. Che non tutti i compagni della redazione apprezzavano. Anzi.
Anche se Tina non ne parlava mai, con il passare dei mesi cominciai a conoscere un po’ della sua storia: il Vajont, certamente, il periodo ungherese, la guerra. Dei suoi giorni da staffetta partigiana me ne parlò per primo Fiorello Zangrando, un giornalista de Il Gazzettino, anche lui bellunese. Mi sorprese non tanto la storia in sé, certo bellissima in quegli anni in cui la guerra partigiana era ancora un mito della nostra esperienza quotidiana, ma il fatto che a parlarmene non fosse stata lei.
In quei tre anni che rimasi a collaborare alla redazione veneziana, Tina si trovò più di una volta al centro di polemiche e di contestazioni provenienti dal Pci, ma anche dall’interno dell’Unità. Non ne sapevo molto, non facevo vita di partito, tanto meno conoscevo le dinamiche del giornale. Ma erano anni di giovani leoni arrembanti e spesso feroci, anche se i riti del partito mettevano la sordina a tutto. Non ne quasi parlava mai, ma era evidente la delusione più ancora che l’incazzatura. Lei era il vecchio che andava cancellato, demolito. Forse fu un passaggio necessario, ma molte ipocrisie, molte ambizioni carrieristiche erano evidenti e questo credo le pesasse più di tutto.
Difendeva il suo e il nostro lavoro con una tenacia ammirevole. Si batteva per noi collaboratori. Un’altra lezione che ho sempre avuto presente nella mia vita professionale. Mi fece avere anche un fisso mensile: 30 mila lire. Era come una promozione per me, che continuavo comunque a fare il ferroviere. Ad un certo punto da Milano (allora c’erano due Unità, quel del nord e quella romana, con due direttori: eredità della storia) ci fecero sapere che avrebbero fatto delle assunzioni nelle sedi regionali. Petruccioli, il direttore milanese, mi disse di licenziarmi dalla ferrovia. Entro due mesi, promise, sarei stato assunto all’Unità. Tina mi consigliò prudenza, di non licenziarmi, di prendere un’aspettativa. Ebbe ragione lei: la promessa rimase tale. Un giorno stavo per entrare nella stanza della redazione quando la sentii litigare al telefono. Parlava di me, di noi, della vita delle persone con cui non si deve giocare. Dall’altra parte c’era qualcuno del giornale, non so chi. Era evidente che la promessa di Petruccioli sarebbe rimasta tale.
Anni belli e importanti, e non solo perché ero giovane. In redazione con noi oltre a Tina c’era anche Michele Sartori che per i suoi articoli viveva un vita da braccato, prima dai fascisti, poi dagli Autonomi padovani. Un altro mito, per me che facevo le tranquille cronache dal Comune di Venezia.
Per molto tempo, e ancora oggi, quegli anni con Tina mi sono serviti a costruirmi il mio piccolo pedegree, soprattutto con i colleghi più giovani. “Il mio primo capo è stata la Merlin, Tina Merlin” racconto qualche volta. “Sapete, quella del Vajont”, aggiungo per i ragazzi che vengono a fare gli stages dalle scuole di giornalismo e mi pare di diventare improvvisamente importante.
Marco Ferrari
Una cicatrice nel cuore
Premio nazionale letterario per racconti brevi 2011
Associazione Culturale 150strade
Velletri
VI edizione del concorso letterario nazionale per racconti brevi
Il tema di quest'anno è dedicato ai 150 anni dell'unità d'Italia. Sono racconti ma hanno una particolarità: si tratta di lettere: 150 anni di lettere per 150strade. Quindi è stato chiesto agli autori di cimentarsi nel racconto epistolare descrivendo fatti di fantasia o realmente accaduti comunque attinenti e ambientati nel periodo che va dal 1861 ad oggi.
La forma epistolare restituisce la spontaneità e l'intimità proprie del discorso diretto; ad un figlio, ad un amico, ad una madre in attesa. Viene così naturalmente edificata un'altra storia d'Italia, fatta di lettere personali che, oltre a suscitare le emozioni legate alle storie delle famiglie, ci parlano di una storia più generale e più vasta, con fatti che si inseriscono nella saga di questa grande famiglia italiana dal 1861 ad oggi.
UNA CICATRICE NEL CUORE
Milano, 30 novembre 1960
Caro Gianni,
oggi mi sento un po’ più sollevata. Quando il giudice ha letto la sentenza
della mia assoluzione ho visto finalmente uno spiraglio di luce alla fine del tunnel di
angoscia in cui sto vivendo da mesi. Hanno cercato di tapparmi la bocca, per dare una
lezione a tutta la gente della valle. Hanno mostrato i muscoli schierando il loro esercito di
avvocati, per farci capire che possono schiacciarci come e quando vogliono.
Al giornale mi sono stati vicini, ma il loro sospiro di sollievo era carico di
inquietudine. Se avessimo perso la causa l’Unità avrebbe dovuto pagare un risarcimento
enorme a quei banditi senza scrupoli. Questa volta è andata bene, ma con quale spirito
potremo pubblicare dei nuovi articoli sulla maledetta diga che la Società Adriatica Di
Elettricità sta costruendo su al Vajont? Io non mi arrendo e continuerò a denunciare le loro
porcherie, ma sarà sempre più dura trovare gli spazi per andare in stampa.
Hanno manipolato i dati e stanno nascondendo alla popolazione che qualora la montagna continuasse a franare potrebbe succedere una catastrofe spaventosa. Quando sono in gioco gli interessi dei grandi gruppi industriali e in particolare di quelli legati agli affari energetici, sembra di combattere contro delle corazzate invincibili. Con i loro soldi riescono a corrompere tutti, piegando persino le evidenze scientifiche. Fanno prevalere le loro menzogne intossicando il dibattito attraverso la mobilitazione dei mezzi di informazione che si comportano come dei megafoni al loro servizio.
In aula davanti alla Corte ho sempre mantenuto un atteggiamento serio e dignitoso, ma ti confesso che quando sono rientrata in albergo ho pianto come una bambina.
Questa sera resto a Milano e voglio festeggiare: magari andrò a vedermi un bel film al cinema… danno l’ultimo di De Sica, La ciociara, ma già domani pomeriggio sarò a Erto. Ho saputo che stanno cominciando a trasferire delle persone per riempire d’acqua quel sarcofago di cemento.
Tina
Longarone, 7 ottobre 1963
Cara Tina,
sono molto preoccupato. Oggi pomeriggio sono salito su al Vajont e ho
visto i segni degli ultimi smottamenti. Ieri notte hanno sentito dei boati e credo che il monte
Toc stia davvero collassando. Sembra che le nostre previsioni più funeste si stiano
avverando. Ti ricordi quei solchi nel terreno che avevamo scoperto, profondi un metro e
larghi una quarantina di centimetri? Beh, non ci crederai ma sono diventati una roba che
potrebbe muoversi dentro una macchina. Ho camminato per più di un chilometro e la
breccia non era ancora terminata.
Al bar ho raccontato tutto, ma la gente ormai sembra rassegnata. A questo punto
hanno scommesso sulla bontà delle dichiarazioni delle autorità. Sono in tanti quelli che
hanno lavorato su al cantiere e adesso non possono fare a meno di fidarsi. In tanti si sono
comprati la casa proprio qui a Longarone e ci sono venuti ad abitare con i loro famigliari.
Di andarsene proprio non ci pensano.
“E dove dovremmo andare?!” Mi hanno risposto e io non sono stato capace di dire
altro che “Non lo so! Via…”
Gianni
Belluno, 24 dicembre 1963
Cara Giulia,
non ho parole e neppure lacrime. Le ho esaurite tutte e mi sento svuotata. Cosa potevamo fare di più per aprire gli occhi alle persone? Come potevamo ostacolare più tenacemente gli interessi di quei criminali assetati di denaro e di potere?
Benedico Gianni per la forza d’animo che ha dimostrato nell’allontanare te e i
bambini dalla minaccia della diga. Non dev’essere stato facile restare da solo a Longarone, bersagliato dalle critiche dei galoppini della S.AD.E. e senza il conforto delle persone che amava. Ma l’affetto per la sua gente, per gli amici d’infanzia, per i vicini di casa e per i colleghi di lavoro era troppo forte per poterli abbandonare di fronte a quel pericolo.
Penserai che la sua integrità di uomo si è rivelata crudele nei confronti della donna
che lo amava e ingiusta di fronte al futuro cui ha condannato i suoi figli.
Duemila persone sono morte schiacciate da una montagna d’acqua, di rocce e di
fango. Sono stati assassinati, messi in conto a tavolino come eventualità di un rischio
calcolato al saldo di un utile a tanti zeri. Neppure la più punitiva delle sentenze di condanna dei criminali che li hanno uccisi a sangue freddo potrà ripagarci degli affetti che ci hanno rubato. Mi trovo a pregare perché possa esistere veramente un luogo orrendo come l’inferno, dove quegli esseri disumani possano soffrire per l’eternità.
Se penso agli ultimi istanti di vita di Gianni sono convinta che avrà subito
interpretato come il preludio dell’Apocalisse annunciata, ormai inevitabile, gli spaventosi
boati che provenivano dalla gola e quell’atmosfera irreale di un’aria prima immobile e poi
risucchiata con violenza verso il cielo. Quando il muro d’acqua l’avrà travolto, sono
sicurissima che non avrà sprecato il suo ultimo pensiero a maledire gli imprenditori e i
politici responsabili di quel disastro. Sarà morto con un sorriso nel cuore perché vi sapeva
in salvo, perché la sua cocciutaggine aveva messo te e i bambini al riparo dalla minaccia.
Sono molto orgogliosa di lui e anche tu devi esserlo. Devi essere forte e trarre le
energie necessarie per andare avanti proprio dal ricordo del suo amore smisurato. La
cicatrice che portiamo indelebile nel nostro cuore servirà a ricordarci che non dovremo mai
arrenderci di fronte alle ingiustizie. Per quanto orrenda sia stata, dovrà ricordare a tutti gli
italiani che la lotta contro la speculazione e la corruzione non è mai vinta.
Ciao cara, dai una carezza a Gabriella e al piccolo Filippo. Appena posso vengo a
trovarvi giù a Mestre. Ti voglio bene.
Tina
Venezia, 27 novembre 1968
Ornella cara,
voglio affidare a te i miei ultimi pensieri. Non posso separarmi da
questa vita con un fardello così pesante che mi schiaccia il cuore. Dunque lo consegno a te,l’unica persona che potrà comprendere il mio travaglio interiore senza limitarsi a
condannare la mia debolezza.
Gli avvocati continuano a ripeterci di non preoccuparci: tra i vari gradi di giudizio
e i successivi condoni ce la caveremo con al massimo pochi mesi di carcere. Dicono che
l’aver tenuto fuori dai guai i grossi papaveri ci ha garantito un trattamento di riguardo. I
loro discorsi scivolano dalle mie orecchie e non scalfiscono la mia coscienza devastata. Le
mie notti sono abitate dal ricordo dei volti delle persone che abbiamo sacrificato, delle
centinaia di abitanti dei paesini su al Vajont e dei quasi duemila disintegrati giù a valle e
persino dei quindici operai morti durante la costruzione di quel mostro di calcestruzzo.
Lo sapevamo Ornella, sapevamo tutto! Il pericolo era reale, ma per non rinunciare
a quella montagna di soldi siamo andati fino in fondo.
I mandanti e gli altri complici di questa strage orrenda sono certi di farla franca,
ma a me non importa sopravvivere ai miei crimini. La mia morte non sazierà la sete di
giustizia dei parenti e degli amici delle vittime, ma sento che comunque è più onesto così.
Mario Pancini si è comportato da vigliacco, ma almeno pretende di morire con dignità.
Non salirò sul treno per L’Aquila, non mi presenterò al processo, mi inginocchierò davanti
a Dio. Perdonami.
Mario
*****
Ravenna, 26 febbraio 2011
La giovane e coraggiosa giornalista Tina Merlin scriveva nei suoi articoli quello che
in tanti già sapevano. La geologia della vallata del Vajont era segnata dalla presenza
inquieta del monte Toc, destinato a franare con i suoi ritmi naturali millenari, ma la volontà
di un pugno di avventurieri ha osato stuzzicare le forze della Natura. Quattro anni prima
un’altra frana a pochi chilometri di distanza aveva fornito ai più scettici la prova
inconfutabile dell’instabilità di quel tratto di Dolomiti, ma il treno dello Sviluppo era stato
ormai lanciato per garantire un futuro luminoso all’Italia della riscossa.
Come si poteva essere contro il Progresso? Chi poteva prendersi la responsabilità di ostacolare un progetto così ambizioso per un Paese che stava vincendo la sfida
dell’industrializzazione e della modernità?
I tecnici che avevano osservato gli effetti catastrofici dalle simulazioni della
possibile frana non alzarono la loro voce e si unirono al coro dei tanti complici che avevano ammorbidito le perizie, che avevano sfumato i termini nelle relazioni, che avevano rilasciato delle interviste rassicuranti alla stampa, che avevano firmato tutte le licenze e che arrivarono a sottoscrivere gli accordi per l’acquisizione da parte dello Stato di una diga già minata dai continui smottamenti.
Da Belluno Tina si recava spesso nei paesi della valle e aveva instaurato tanti
rapporti di stima e di amicizia. La S.A.D.E. l’aveva denunciata per la “diffusione di notizie
false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico”, ma a Milano aveva gioito insieme agli
amici della valle dopo la sentenza di assoluzione. Sicuramente si sarà poi unita al dolore
delle tante persone innocenti conosciute a Longarone come a Erto o a Casso, condannate
alla perdita di un parente, se non dell’intera famiglia dopo il disastro annunciato.
Alla vigilia del processo, il capo direttore del cantiere della diga s’era tolto la vita
con il gas piuttosto che affrontare lo strazio del dibattimento. Cosa avrà provato alla notizia
del suicidio dell’ingegner Pancini? Sicuramente si sarà sentita umiliata e tradita dallo Stato
quando poi, conclusi i vari ordini di giudizio, i maggiori responsabili di quella strage non
scontarono neppure un anno di carcere.
La vicenda del Vajont è stata la ferita più profonda vissuta dall’Italia repubblicana.
In tante altre occasioni il volto perverso di certi settori del potere economico e politico
hanno oltraggiato la vita dei cittadini, sfruttando la complicità di un sistema giudiziario a
lungo asservito ai medesimi interessi, ma il sacrificio deliberato di duemila nostri
connazionali resta la pagina più scura della nostra Storia. Chi apriva e chiudeva le paratie
della diga era pienamente consapevole che l’allagamento dell’invaso avrebbe innescato la
bomba del cedimento della montagna già in bilico sulla valle.
Ricordando Tina, vogliamo augurarci che la nostra società abbia sviluppato gli
anticorpi per scongiurare che una simile atrocità debba ripetersi.
©Marco Ferrari
SULLA FIGURA DI TINA MERLIN SONO STATI ALLESTITI UNA
MOSTRA FOTOGRAFICA E UNO SPETTACOLO TEATRALE.
-La mostra fotografica, realizzata dal Centro Internazionale Civiltà dell'Acqua (Mogliano Veneto), dal Comune di Trichiana e la Provincia di Venezia, ha per titolo Le radici del cielo - Tina Merlin: una donna, una voce libera; racconta Tina Merlin come donna e come giornalista, attraverso immagini fotografiche e brevi testi, nei quali il privato - spazio della memoria, della riflessione sulla propria storia, della quotidianità – si accosta al pubblico, inteso come luogo dell’esposizione all’altro, delle scelte di campo, della testimonianza e dell’azione per un riscatto che non può essere che collettivo e nel praticare il quale Tina Merlin sconta una duplice differenza: l’essere donna e lo schierarsi dalla parte dei deboli, dando voce a chi non ne ha.Il tema della memoria si intreccia così con il tema del futuro, della sua costruzione come scelta e impegno nel presente.
(.....) Ci è piaciuta da subito, questa donna, questa contadina povera, autodidatta, della Valle della Piave, piena di entusiasmi e capace di ostinazione, questa giornalista contro corrente che ha saputo difendere le cose che amava anche nei confronti dei compagni di strada, che ha cercato, fuori dell'ubriacatura del progresso, di affermare il primato dell'uomo e del suo diritto a vivere la propria identità nella propria terra.
In fondo, quella di Tina Merlin è una lezione attualissima e una testomonianza scomoda per tutti gli imbonitori che ci vendono ad ogni angolo di strada le luminose sorti del progresso, dimenticando nel conto le vittime dei loro progetti e i danni irrimediabili che arrecano agli equilibri del pianeta (.....)
Renzo Franzin (dal catalogo della mostra)
La mostra è organizzata in 22 pannelli che misurano ciascuno cm 140 di lunghezza per cm 70 di larghezza. Si tratta di pannelli in kmount un materiale leggero.
Ogni pannello è predisposto per essere appeso ai due angoli superiori direttamente al muro tramite chiodi oppure in presenza di binari o altro tipo di supporto tramite catenelle e ganci a esse.Chi fosse interessato ad ospitare la mostra, può contattare:
il Centro Internazionale Civiltà dell'Acqua - tel 041/5906897

-Lo spettacolo teatrale, per la regia di Daniela Mattiuzzi la drammaturgia di Luca Scarlini e l'interpretazione di Patricia Zanco, ha per titolo A Perdifiato, ritratto in piedi di Tina Merlin.
Lo spettacolo è realizzato con il sostegno della Provincia di Trento e di TRACCE di Teatro d'Autore, con la collaborazione dell' Associazione Culturale Tina Merlin e con il patrocinio del "PREMIO ILARIA ALPI E IL TEATRO D'IMPEGNO CIVILE": un binomio ormai consolidato.
Da anni il premio di Giornalismo Televisivo intitolato alla giornalista del Tg3 uccisa in Somalia nel 1994, Ilaria Alpi, si impegna per promuovere e accreditare il teatro d'impegno civile. Non poteva quindi il PREMIO ILARIA ALPI non promuovere "A PERDIFIATO" uno spettacolo teatrale che racconta la passione di una donna verso il giornalismo. Ilaria e Tina due donne, due giornaliste, entrambe hanno svolto la propria professione con impegno e senso etico non comuni. Due donne che hanno saputo raccontare la complessità degli eventi con un unico obiettivo arrivare a svelare sempre ogni possibilità di verità.
Lo spettacolo ripropone, in un varietà di forme e stili, il percorso biografico di Tina Merlin: dall’infanzia sulle montagne del Bellunese alla Resistenza, fino all’impegno nella società e nel giornalismo, che la vide a lungo attiva sulle pagine de "L’Unità". La narrazione viene affrontata lavorando in primo luogo sulla ricerca del vero fil rouge del personaggio: un amore forte e razionale a un tempo per la natura, nato dai ritmi biologici della vita contadina, che rimane sempre il pensiero dominante - come emerge dai numerosi articoli sul paesaggio veneto, stravolto dall’industrializzazione selvaggia degli anni '50 e '60. Tre ante, allora, per altrettante immagini di un trittico.
Nella prima, Tina Merlin si racconta alla madre, in una narrazione che rievoca il passato: dal duro apprendistato dell’andare a servizio a Milano, fino allo scoppio della guerra e alla presa di coscienza politica con la scelta partigiana. La sezione centrale cambia completamente stile. Una perdita d’equilibrio del discorso, un corpo a corpo poetico tra video, musica e parola. Il terzo episodio si apre sulla figura di Tina Merlin giornalista; sull'impegno di dar voce alla terra, al paesaggio violato, ai montanari costretti ad emigrare dalle loro case per la sete del monopolio elettrico. E' la precisa volontà di dire quello che la gente - nell'Italia ridente del boom economico -preferisce forse ignorare, per poi fronteggiare le tragedie con lo sgomento dell' uditore cieco davanti alla morte annunciata.
Emerge da questa memoria appassionata un’antica oralità, una sapienza femminile distillata nei secoli, un’opera di civiltà che le nostre madri hanno compiuto giorno dopo giorno per rendere abitabili le case e più umana la vita.
Chi fosse interessato ad ospitare lo spettacolo, può contattare:
il numero 0444/506534 - oppure il sito internet www.patriciazanco.it
Foto di Tiziano Della Montà
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